Sono le 17.25 e dal finestrino vedo il sole infuocato nascondersi tra delle palme all’orizzonte, la sua luce è talmente calda che sento il suo calore sulla mia pelle. 

Questo è il mio ultimo tramonto qui in Brasile, e mi lascio abbagliare da questa luce calda e aranciata del sole all’orizzonte; fino a quando i miei occhi smettono di mettere a fuoco.
Sommersa dalle sfumature rosse, gialle, azzurre e verdi; rivedo ciò che i miei occhi hanno visto in questi quattro mesi. I volti della gente per strada che chiacchiera, gli anziani seduti al bar a guardare il traffico e la gente che va di qua e di là, la musica che ho ascoltato, ballato e cantato; i profumi dei cibi tipici lungo la strada e nelle case di amici, i volti delle persone che ho conosciuto e gli odori di spezie nelle strade che solitamente percorrevo.
I tramonti vissuti a bocca aperta col cuore stretto, il cielo così azzurro e così vicino da riuscire a  toccarlo, gli alberi e i fiori così particolari da lasciarmi stupita ogni volta e quella terra rossa e secca che ora sfugge sotto i miei piedi.


Sulle guance sento l’umido delle lacrime che mi scorrono giù fino al collo e una morsa al petto, come se una mano mi stringesse forte il cuore, subito mi scuote. Rimetto a fuoco l’immagine di quella terra rossa ricoperta da arbusti, palme e piante enormi, facendo di quel tramonto una foto impressa nei miei occhi.


Per tutta la mia permanenza in Brasile, mi è stata ripetuta molte volte una frase: “Voce está no Brasil, aproveita!”.  Inizialmente non lo consideravo come un consiglio, ma anzi come una frase buttata là per smuovermi un po’. Ma col sommare delle persone che me la ripetevano ho capito che quella frase sarebbe divenuta la “mia frase”, e nei momenti di incertezza o paura l’avrei ripetuta a me stessa.
E così è stato, i momenti in cui non sapevo se fare o meno una cosa, mi fermavo e ripetevo: “Beatrice, sei in Brasile approfittane!”.
Ripetermi questa frase mi è stato di grande aiuto perché mi ha dato la voglia di mettermi in gioco ma anche di rimanere in disparte in alcuni momenti, di capire quali sono i miei limiti e le mie paure, ma più di tutto mi ha aiutata a capire le mie emozioni e anche a cambiare alcuni tratti del mio carattere.
La partecipazione al corso “Relazioni interpersonali e dinamiche di gruppo” del dipartimento di Scienze Umane III dell’Università dello Stato della Bahia – UNEB, tenuto dal coordinatore del Progetto BEA Nicola Andrian, mi ha dato la possibilità di comprendere in modo più approfondito le dinamiche all’interno di un gruppo (per esempio quelle della mia equipe di tirocinio). Inoltre, attraverso le dinamiche di gruppo e le attività individuali, ho potuto approfondire le conoscenze teoriche e pratiche della comunicazione assertiva, una tematica che è stata molto interessante a livello personale nonché professionale.
Grazie ai momenti di vita quotidiana assieme all’equipe 2018, composta da Giacomo L., sempre del Progetto BEA, Sara F. e Ludovica F. della ricerca INTEREURISLAND e Nicola A., e grazie all’esperienza di tirocinio formativo svolto al FUNASE CASEM, ho potuto approfondire la comunicazione assertiva e, in particolare, l’osservazione e la gestione delle mie emozioni e sensazioni.
Il FUNASE CASEM di Petrolina-PE (ente partner del Progetto BEA) è una casa di semilibertà di una fondazione socio-educativa dello Stato del Pernambuco, che accoglie adolescenti in conflitto con la legge.

L’Equipe 2018 Progetto BEA e INTEREURISLAND e l’equipe tecnica della FUNASE CASEM, Petrolina.

Il primo impatto, quando sono arrivata nell’unità, è stato molto forte. Durante i primissimi giorni ho provato delle sensazioni di insuccesso e insicurezza, dovute alla paura per il nuovo ambiente che ancora non conoscevo e per la nuova lingua che non mi permetteva di essere sicura nelle relazioni.

Col passare delle settimane, oltre all’approfondimento dei rapporti con l’equipe tecnica (socio – psico – pedagogica), mi avvicinavo sempre più anche agli adolescenti accolti.
J. e M. sono due di loro con i quali ho legato di più all’inizio. Grazie a loro sono stata integrata nel gruppo, riuscendo a ‘conquistare anche i ragazzi più duri.
E’ stato interessante osservare come nel primo mese e mezzo, loro stessi mi includessero pian piano nelle loro attività del tempo libero e nelle conversazioni.
La loro conoscenza mi ha permesso di notare qualcosa di particolare. Ognuno di loro, quando arrivavo in sede, mi chiedeva un dettaglio specifico della nostra prima chiacchierata.  E. ad esempio, tutti i giorni mi chiedeva di imitare sempre la stessa azione perché lo divertiva la mia espressione; J. invece mi chiedeva sempre di ripetere una parola italiana perché gli faceva ridere la pronuncia; D. che mi guardava sorridendo aspettava sempre  un mio sorriso; J. tutti i giorni mi ripeteva “hullalah” aspettando che io mi girassi ridendo per ridere assieme; oppure M. che appena mi vedeva mi salutava in italiano, chiedendomi se la pronuncia era corretta.
Tutti questi dettagli erano per me, e credo anche per loro, uno sorta di ricongiunzione prima di iniziare a parlare d’altro o svolgere delle attività; sembrava quasi una verifica per vedere se uno dei due fosse cambiato durante la notte. Ma al tempo stesso era un dettaglio che solo io ed ognuno di loro potevamo sapere e che era unico delle nostre relazioni. 
Per quanto riguarda la relazione instaurata con l’equipe tecnica, inizialmente ero accompagnata soprattutto dalla Pedagogista Márcia D.. In particolare, durante il primo periodo di osservazione e reciproca conoscenza, mi ha illustrato il lavoro svolto da lei sia all’interno che all’esterno dell’unita e mi ha accompagnato a conoscere le scuole frequentate dagli adolescenti.
Allo stesso modo la psicologa Liane M. e l’assistente sociale Ana Valina M. mi hanno spiegato ed illustrato il loro lavoro all’interno e all’esterno dell’unità; riguardo a loro, ho avuto la fortuna di partecipare a due visite domiciliari. Nonostante tali attività non rientrassero in modo specifico nel mio campo di studi, sono stati momenti molto formativi perchè mi hanno permesso di vedere il lavoro che viene svolto fuori dall’unità, in particolare con i Comuni dei paesi d’origine dei ragazzi, per la gestione dei rapporti con le famiglie. Inoltre, ho potuto assistere ai dialoghi con gli stessi familiari degli adolescenti. 
All’inizio del mio tirocinio mi ero preposta alcuni obiettivi auto formativi quali:
– Conoscere la struttura che mi ospiterà, la sua missione e i metodi utilizzati; 
– Acquisire informazioni tecniche ed operative delle attività proposte dalla struttura; 
– Collaborare con l’équipe durante le fasi di progettazione e attuazione delle attività;
– Conoscere la nuova cultura;
– Entrare in contatto con i ragazzi;
– Acquisire capacità organizzative e attuative delle attività;
– Sviluppare capacità d’analisi e d’interpretazione dei bisogni espressi dai ragazzi;
– Migliorare le mie capacità osservative durante le attività e i momenti di convivialità con i ragazzi;


Per poter raggiungere tali obiettivi formativi, a seguito del primo periodo di osservazione partecipante e anche sulla richiesta dell’equipe tecnica del CASEM, ho programmato e sviluppato una mia attività specifica con gli adolescenti accolti. Un laboratorio con l’argilla che si è sviluppato nell’arco di 3 settimane e per un totale di 6 incontri.


Attraverso questo laboratorio gli adolescenti hanno lavorato sugli obiettivi da me fissati per l’attività ovvero: sviluppare la capacità di terminare ciò che si inizia; sviluppare capacità creative; creare gruppo; accrescere il contatto con le proprie emozioni.


Nei primi incontri è stato difficile riuscire a controllare i ragazzi, soprattutto spiegare loro che dovevano seguire le mie indicazioni, perché non era un’attività libera ma un’attività da me condotta che richiedeva la partecipazione attiva e sincera da parte loro.

Il confronto con la psicologa e l’assistente sociale mi ha aiutato molto, in quanto mi hanno suggerito delle modalità alternative per la gestione delle attività e della relazione con i diversi partecipanti. La presenza di queste due figure professionali in alcuni momenti del laboratorio, mi ha aiutata a condurre l’attività con ottimi risultati, in particolare negli ultimi incontri in cui i ragazzi hanno realizzato dei lavori pieni di significato.

Un momento del laboratorio con l’argilla – FUNASE CASEM, Petrolina-PE.

Il Progetto BEA, oltre ad includere lo svolgimento del tirocinio formativo, offre la possibilità di essere facilitatrici/tori al corso di lingua e cultura italiane all’UNIVASF (Università Federale Valle del São Francisco). 
Nonostante avessi molta paura, una volta iniziato il corso ho dovuto ricredermi. Devo ringraziare il mio coinquilino e compagno di “cattedra” Giacomo L. e Nicola A., responsabile del Corso.

La serata di culinaria del corso di lingua e cultura italiane PROEX – UNIVAS

Ringrazio il Progetto BEA, promosso dall’En.A.R.S. Padova, per avermi dato la possibilità di vivere questa esperienza di scambio interculturale attraverso la quale, oltre alle attività di tirocinio, ho potuto conoscere la cultura nordestina, la musica del sertão, il forrò, i cibi tipici della Bahia e del Pernambuco, i buonissimi succhi dalle 200.000 varietà di frutta, i modi di dire e di fare dei ‘nordestini’, il calcio, l’amore per gli amici e l’amore per la terra in cui si vive.

Equipe 2018

Ringrazio di cuore l’equipe 2018, piena di risate, gioie, sfortune, fortune, imprevisti, discussioni, amori e tanti colori; per essere stata parte di quelli che saranno bellissimi i ricordi, per avermi aiutata a cambiare in alcune cose e per aver fatto festa e per aver scoperto assieme a me una piccola parte di Brasile.
In particolare un grazie a Giacomo, per essere stato un coinquilino divertente e paziente; per aver affrontato con me gli animaletti indesiderati della nostra casa, per aver riguardato per le centesima volta Narcos, per aver sopportato le mie manie, per le chiacchierate in amaca, per le attraversate in bicicletta e per essere stato il cuoco e il portinaio “mais legal” del Pernambuco.
Ringrazio le donne di questa favolosa equipe: Sara per il suo modo di fare un po’ tutto suo e Ludovica per aver riso a crepapelle per le sue disavventure.
Grazie per essere diventati miei amici.
Ringrazio Nicola Andrian, il coordinatore del Progetto BEA, per aver saputo accompagnarci in questa esperienza formativa sia professionale che umana, di vita. Per aver capito che avevo bisogno di qualcuno che mi appoggiasse nel corso di questa esperienza e per i consigli dati. Grazie per essere una figura di riferimento che non oscura la strada, ma che tiene la luce per gli altri.
Grazie a tutte le persone che ho conosciuto e grazie anche agli sconosciuti, che ogniqualvolta ci dicevano: “Seja bem-vindo”.

Fiume São Francisco

“Durante il nostro cammino cerchiamo di raggiungere una meta; 

la verità è che siamo in cerca della nostra strada.” 
Con esperienza ho trovato la mia strada; ho trovato me stessa.
Grazie Brasile, a presto!
Beatrice

Corso di studio in Scienze dell’Educazione e della Formazione, FISPPA – UNIPD, sede di Rovigo.

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